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Dυ fяågαя мιg ναd кäяℓєк äя мєи נαg νєт ιиgєт σм dєт däя...(Kent - Våga Vara Rädd) |
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October 27 Juventus - Torino 1-0![]() Una delle pagine più patetiche del nuovo Torino FC è un’intervista balneare di Elvis Abbruscato, rilasciata a Tuttosport pochi giorni dopo la retrocessione in serie B della Juventus. Il fenomeno di Reggio Emilia, già bomber di Lecce e Arezzo, si concedeva in infradito ad un giornalista adorante e spiegava che il Torino andava considerato come la prima squadra del capoluogo piemontese, essendo ormai tristemente archiviata la lunga storia dei cugini bianconeri. In effetti, é soprattutto per siparietti simili che oggi ricordiamo il sodalizio emorroidaro, da alcuni nostalgici ancora spacciato per “grande” del calcio italiano, ma ormai in perenne decadimento tecnico e d’immagine. Se le parole di Rosina (“Del Piero… chi? Io sono più forte”) ancora sfuggono al grande pubblico, pochi faticano a ricordare le prodezze da avanspettacolo di Urbano Cairo, noto editore di riviste per gay e casalinghe annoiate, che dal suo idolo di Arcore ha appreso la rara capacità di sparare cazzate facendole passare per verità inconfutabili. Da annali del circo Zavatta la sfilata del presidente dei cugini poveri all’indomani dell’assegnazione di Euro 2012 a Polonia e Ucraina, che sembrava dovesse far tramontare definitivamente il progetto juventino di uno stadio di proprietà: lo zerbino di Silvio esibiva orgoglioso una succulenta T-shirt con tanto di dito medio stampato sul petto, condito dallo slogan “Cucù, gobbi, lo stadio non c’è più”. Povero Urbano: non più tardi di 10 giorni fa, la Juventus otteneva il definitivo “via libera” dalle autorità amministrative per la costruzione del nuovo impianto, mentre sabato quel dito medio gli si andava a posare, per l’ennesima volta, proprio là dove non batte il sole. Che pena. E pensare che Cairo aveva fatto di tutto per girare la sorte dalla sua, aiutato anche da qualche giornalista fantasioso e con scarso senso del ridicolo (cliccare qui per farsi quattro risate): “Voglio un Toro scatenato”, tuonava il presidente venerdì, ma dei suoi risultano pervenuti solo i consueti fallacci da codice penale (quello di Diana su Nedved non sanzionato nemmeno con il calcio di punizione…) e un malinconico ultimo posto in classifica. Non c’è mai stata partita all’Olimpico: solo un Calderoni sopra le righe ha evitato che la prima frazione si chiudesse sul 2-0, mentre gli infortuni hanno fatto il resto – come spesso capita in questo periodo – limitando la possibilità di modellare i cambi secondo le esigenze della gara. Ciononostante, la differenza tra le due compagini è risultata evidente in ogni zona del campo, benché per risolvere la questione si sia resa necessaria l’ennesima prodezza di Amauri, sempre più simile ad un certo zingaro di Malmö (fresco percettore di un salario da 250.000 euro a settimana): solo un commediante del talento di Urbano può presentarsi in zona mista e cianciare di sconfitta immeritata ma, si sa, gli stupidi vanno spesso assecondati. Quel che conta è essere usciti dalla situazione drammatica in cui eravamo precipitati dopo la sconfitta di Napoli, che faceva temere soprattutto per le possibili conseguenze sul morale della squadra, apparsa totalmente allo sbando solo una settimana fa. Sottovoce, possiamo dire che il peggio è alle spalle, anche se la nota dolente di questo inizio d’annata continua ad essere tale: dopo il derby si sono iscritti anche Grygera, De Ceglie e Salihamidzic al frequentatissimo party in infermeria, circostanza che costringerà il Cantante ad inventarsi una formazione credibile per l’ennesima volta in soli due mesi. Probabilmente, però, la prova di maturità dobbiamo fornirla proprio contro il Bologna prima e la Roma poi: i nostri devono dimostrare quella continuità che l’anno passato è mancata, soprattutto dopo prestazioni di alto livello, con la convinzione che risalire la china in campionato si può. In effetti, il torneo 2008/2009 appare molto diverso dai precedenti: come il sottoscritto aveva preconizzato, l’interregno calciopolaro di Inter e Roma è ormai archiviato e nessuna compagine sembra in grado di dominare com’è accaduto negli anni passati. Avanti, allora. Nella speranza
che un giorno si possa realmente vedere, e giudicare, la Juventus pensata d’estate. October 22 Juventus - Real Madrid 2-1![]() Ultimamente sono stato piuttosto parco di commenti. Non perché sia abituato a professare la mia juventinità solo nei momenti positivi, ma semplicemente perché, sentendomi in forte disaccordo con tanti pseudo-critici e commentatori, ho preferito aspettare circostanze più serene per esprimere la mia opinione. In effetti, oggi è uno di quei giorni in cui è bello amare il calcio, è bello sognare ad occhi aperti una vittoria, è bello ripensare ai minuti interminabili trascorsi davanti alla TV. E’ bello essere juventini, insomma. Il successo con il Real Madrid certamente non risolve i problemi palesati nelle ultime settimane ma ha il merito di portare una boccata d’aria pura e di allontanare tanti spettri dalle nostre menti. La Juve ammirata ieri sera ha incarnato la quintessenza del calcio, almeno come io lo intendo: i nostri hanno messo cuore, tecnica, tenacia, spirito di gruppo, attenzione, capacità di soffrire. Avevo intuito sin da subito che non avremmo assistito ad una miserevole disfatta: vedere gli occhi della tigre di Giorgio Chiellini prima del match mi ha fatto capire che c’eravamo; poi, eccoli di nuovo quegli occhi, prima del rinvio dal fondo di Manninger, al minuto 93°, prima di esplodere in un boato di festa. Da standing ovation i primi 15 minuti, con una sola squadra in campo: alzi la mano chi ha pensato alla lista degli assenti in quel quarto d’ora di fuoco. Li ricordo per rinfrescare la memoria a qualche critico della domenica che, quando le cose vanno male, non trova altro da fare che inveire contro tutto e tutti, come se la famosa massima gattopardiana (“cambiare tutto per non cambiare nulla”) fosse rimasta lettera morta: Buffon, Zebina, Tiago, C. Zanetti, Camoranesi, Trezeguet, Poulsen, oltre ai convalescenti Legrottaglie, Mellberg, Iaquinta (e in corso d’opera si è aggiunto anche l’ottimo Marchisio). A mio avviso, molte delle difficoltà incontrate ultimamente dipendono dall’impossibilità di schierare per più di una partita gli stessi giocatori, nonché di ruotare la rosa con continuità e raziocinio. I limiti del Cantante ormai appartengono alla nostra letteratura recente, ma dare atto a Ranieri della mala sorte patita è esercizio, doveroso, di onestà intellettuale. Come ho scritto all’indomani delle vittorie contro Udinese e Zenit, sono convinto che, al completo, la Juve sia una squadra più che buona. Con dei limiti, certo, ma una squadra che – in special modo sulla breve distanza – può giocarsela con chiunque. Anche con una compagine tecnicamente sopraffina come il Real Madrid, il cui possesso palla, tuttavia, è risultato sterile per buona parte della gara dell’Olimpico: merito, forse, innanzitutto dei più spernacchiati della truppa, ossia Hasan Salihamidzic, Zdenek Grygera, Cristian Molinaro e Marco Marchionni. Tutti eccellenti, con buona pace delle immancabili cassandre – alcune anche tinte di bianconero – che preconizzavano una goleada merengue fin dalla mattinata di domenica. Alcuni tifosi sono davvero incorreggibili ed ha ragione il Cantante quando parla di critiche preconcette. Molti dei commenti che ho letto ultimamente sui principali portali del tifo juventino sono irripetibili e fanno sanguinare il cuore a chi, come me, crede che si debba star vicini alla squadra particolarmente nei momenti difficili. Chissà cosa è balenato nella mente di quanti vorrebbero Del Piero in Giappone quando Iker Casillas ha raccolto il pallone alle sue spalle, alle ore 20:52; chissà cosa avranno pensato i censori di “Mr. 22 milioni” quando la palla si è insaccata per il gol del 2-0; chissà se hanno avuto il coraggio di inveire contro Nedved e Sissoko le stesse persone che invocavano la cessione del maliano e il pensionamento anticipato del ceko solo 10 giorni fa. Tutti, ipocritamente, a gioire. Fino alla prossima sconfitta. Smaltita la sbornia, è ovviamente anche il caso di
fare qualche calcolo. Grazie al pari pre-serale tra BATE e Zenit, la Juve può
guardare con serenità alle due prossime trasferte del girone: a lume di naso,
bastano 3 punti casalinghi coi bielorussi per accedere agli ottavi. Il più è
fatto, insomma, il che consente di destinare più energie alla rimonta in
campionato, che speriamo si concretizzi nel più breve tempo possibile. A
cominciare dal derby, a cui qualcuno già pensava come alla prossima Caporetto
in bianco e nero. Dopo ieri sera, il Toro è avvisato. P.S. Chi mastica di Juve sa benissimo che tra le doti
principali del nostro presidente binario non figura il silenzio, che per Giovanni
Cobolli Gigli, ahimè, non è mai d’oro. Per questo motivo, non avendone avuto
notizie dal pari di Minsk con il BATE, stavo cominciando seriamente a
preoccuparmi. Non ce n’era motivo, grazie al Cielo. Sta bene ed è perfettamente
in salute: al fischio finale di Stark, eccolo nuovamente dinanzi ai microfoni
di Sky, più grigio di sempre e coi capelli perfettamente in ordine. Ranieri
sarà felice, il suo camaleonte solido comincia a prendere forma: per adesso, il
Presidente si diletta a fare il camaleonte, mimetizzandosi perfettamente quando
c’è tempesta. Per la solidità c’è da aspettare ancora. October 17 Die kaffer op sy plek (it. "I negri al loro posto")."Il sogno di Nelson Mandela era vero: nel buio dell'arroganza dei nazionalisti bianchi afrikaaner e nella disperazione del popolo nero si nascondeva un'alba luminosa alimentata anche da bianchi che credevano nell'amore". (Helene Blignaut, scrittrice sudafricana). "L’apartheid non è quella caricatura sotto la quale lo si rappresenta. Ma, al contrario, esso significa per i non-bianchi un'ampia indipendenza, poiché abitua a contare su loro stessi e a sviluppare la loro dignità personale. L’apartheid offre loro, allo stesso tempo, una maggiore possibilità di svilupparsi liberamente, conformemente al loro carattere e alle loro capacità (...). Per le due razze, ciò significa mutue relazioni pacifiche e la cooperazione in vista della prosperità comune. Il governo si impegnerà, con risolutezza e determinazione, a portare alla realizzazione di questo felice stato di cose". (D. F. Malan, presidente del Sud Africa dal 1948 al 1954)
Litorale di Durban, Kwa-Zulu Natal: area riservata a soli bagnanti di razza bianca (1981) Una delle vicende che ha suscitato più clamore negli ultimi giorni è stata quella legata alla mozione presentata in Parlamento dall'On. Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera dei Deputati. Il colore politico é di per sé garanzia di abietta stupidità ma stavolta il nostro amico è persino riuscito ad oscurare altri miserevoli episodi della recente storia del Carroccio, costellata di volgarità, gesti dell'ombrello, chiamate alle armi, incitamenti alla rivolta fiscale, nonché manifestazioni assortite di intolleranza ed inciviltà. Esattamente su questa linea si pone il provvedimento, di cui Cota è primo firmatario, che sarà legge entro le prime settimane del prossimo anno. Con 256 "sì" e 246 "no", la Camera dei Deputati ha dato il via libera all'introduzione delle classi di inserimento nella scuola dell'obbligo, ossia vere e proprie classi speciali riservate esclusivamente ai bambini stranieri. Pochi secondi dopo aver appreso la notizia, una sola parola mi si è stampata nel cervello, peraltro la stessa pronunciata - viva Iddio - anche da Francesco Diliberto (Pdci), il più coraggioso tra coloro che si sono uniti al coro di polemiche bipartisan seguite all'iniziativa dell'On. Cota. Quella parola, ancora oggi, suscita plumbea inquietudine negli occhi dei milioni di sudafricani che conobbero il regime di segregazione razziale del National Party, di cui "il grande coccodrillo" Pieter W. Botha ("die groot krokodil", in afrikaans) fu uno dei più beceri sostenitori. Parlare di apartheid (per saperne di più, cliccare qui) in salsa tricolore, in effetti, non dovrebbe scandalizzare nessuno. Questo, al di là delle penose spiegazioni offerte da un insolente Cota, che, citando provvedimenti analoghi già a regime in altri Paesi dell'UE, ha sfacciatamente parlato di testo normativo diretto all'integrazione degli immigrati, non alla loro ghettizzazione. L'onorevole, le cui parole risuonano sinistramente come quelle su riportate di Daniel François Malan, ha tuttavia dimenticato di specificare che il sistema vigente altrove prevede delle semplici pre-classi, non certo delle classi speciali, come presto avverrà in quello che appare essere sempre meno Belpaese e sempre più terra di conflitti sociali e razziali. I timori di un'inarrestabile
deriva reazionaria restano eccome, dunque, se si considera pure il tristemente
famoso "decreto sicurezza" che il governo Berlusconi approvava,
subito dopo il suo insediamento, con sorprendente tempestività. Il fattore più
sconcertante, peraltro, é dato dall'indifferenza degli elettori, del tutto
incapaci di percepire la gravità di certe linee di condotta e la miopia di una
politica che sta riportando l'Italia indietro di secoli. Insomma, ogni giorno che passa il
sogno di vivere in un Paese civile sul modello di quelli scandinavi viene
puntualmente mortificato. Ormai disilluso, provo a trovare una spiegazione a
quello che sta accadendo e finisco con il concludere che, in fondo, ognuno ha
ciò che merita. Amen. October 14 You were my army... army?![]() Töm ditt rum på tonårstankar nu Du sa, "Gör ditt val, ta ett självständigt beslut" Jag höll en hand då mot din varma hud Du sa, "Stäng din dörr, vi har något att reda ut" Och du stod där med din kniv Bredvid din tyska bil Du skar mitt svala liv Mönstrat till ett krig Du stal min blick, du gick din egen väg Du sa, "Det finns små trick som får folk att vilja väl" Och sångerna jag hört, och filmerna jag såg Var det vildaste jag gjort Men inget var så stort Som när du stod där med din kniv Bredvid din tyska bil Du skar mitt svala liv Mönstrat till ett krig (Kent - Du Var Min Armé) < clicca qui per ascoltare > October 05 Juventus - Palermo 1-2Sono trascorsi settantacinque minuti dalla sconfitta interna della Juventus con il Palermo, che - causa le turbolenze della vigilia - il sottoscritto temeva potesse arrivare, nonostante il suo inguaribile ottimismo. La scelta è quella di commentare a caldo, benché sia concreto il rischio di farsi travolgere dall'onda emozionale, a dispetto della lucidità, pregio che non deve mai difettare a qualsiasi analista che si ponga come obiettivo quello di migliorare, non distruggere. Ogni squadra ha i suoi momenti negativi, che possono dipendere da mille ragioni: anche noi juventini, storicamente abituati più alle gioie che ai dolori, ne abbiamo vissuti tanti, più o meno lunghi. Quello in corso, tuttavia, sembra essere profondamente diverso dagli altri, soprattutto per l'atteggiamento dei tifosi, che, al contrario di alcuni giornalisti, dovrebbero porsi, come unico obiettivo delle loro esternazioni, il bene della Juventus. Non sempre è così, purtroppo: alcuni preferiscono inondare di livore forum e siti internet, addirittura augurandosi di perdere, pur di vedere Claudio Ranieri cacciato a pedate. Ciascuno è libero di agire come meglio crede, ma così dubito si faccia il bene della squadra. Sulle radici degli ultimi risultati altalenanti e di un inizio di stagione che, nel giro di soli quindici giorni, da entusiasmante è diventato nerissimo, potremmo discutere a lungo. Appare ormai lampante che chi siede in panchina sia del tutto inadeguato al ruolo che ricopre: dopo le nefandezze delle uscite precedenti, anche oggi Ranieri ne ha combinate di tutti i colori, presentando una formazione a sorpresa ed inserendo Camoranesi per Poulsen proprio quando la squadra, complice l'espulsione (inspiegabile) di Sissoko, soffriva vistosamente il possesso palla degli avversari. Ciò che preoccupa maggiormente è che comincia a diventare imbarazzante la qualità di gioco espressa, circostanza che tradisce una condizione fisica approssimativa e metterebbe a nudo gli errori commessi in campagna acquisti, quando da più parti si invocava Xabi Alonso in cabina di regia. Si impone una riflessione, però. E' vero che la Juve sta attraversando una fase di forte involuzione, ma è altrettanto incontrovertibile che lo spettacolo esibito nelle prime uscite stagionali è stato tutt'altro che disprezzabile. Ciò vuol dire che non è tutto da buttare e che ci sono, eccome, i mezzi per uscire dal tunnel in cui ci siamo infilati: probabilmente, stiamo pagando le conseguenze di una preparazione calibrata sul preliminare di Champions, cui si sono aggiunti anche innumerevoli infortuni. E' lecito pensare che la sosta, sotto questo profilo, possa giovare e che presto la squadra riacquisterà la brillantezza perduta. A patto che Ranieri svesta i panni del cantante e si ricordi di fare un altro mestiere, smettendo di navigare a vista senza un progetto di gioco ben definito. Le responsabilità per le scelte operate sono sue e a lui tocca trovare il modo per ritornare a giocare come la squadra ha dimostrato di poter fare. Dopodiché, arriverà il momento delle valutazioni e, si spera, qualora l'annata deludesse le aspettative, chi di dovere assumerà le doverose determinazioni. L'augurio è che i protagonisti in campo Si compattino e riescano a venir fuori da una situazione non piacevole, ma nemmeno disperata. C'è tutta una stagione davanti e
non è il caso di esagerare con la caccia alle streghe: ognuno faccia il suo,
anche noi tifosi. Chi vuole bene alla maglia, senza invocare premature
defenestrazioni, le stia vicino.
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